Tendenze

 
IL SUPERCONTEMPORANEO
di Francesca Zardini

Il termine “contemporaneo” è già passato di moda, è a dir poco “demodé”, conferisce per così dire un’allure, che, in un certo qual modo, è già inquinata, intrisa di ricordi e percezioni, che se pur recenti, iniziano comunque a sbiadirsi, e ad acquistare una patina, che il tempo evidenzierà sempre di più, fino a quando la parola stessa “contemporaneo” apparirà fuori luogo. Ora la parola “cult” - “cutting edge” direbbero i britannici - è “supercontemporaneo”, un neologismo germogliato da poco, eppure già diffuso perché titolo di una collana distribuita da Electa. Nell’aggettivo “supercontemporaneo”, è insita una chiara definizione cronologica che, a nostro avviso, non deve passare inosservata, soprattutto per il significato di cui si fa consapevolmente carico, come veicolo di una nuova concezione nata per definire l’arte, secondo una visione che ancora mancava. Infatti, per una communis opinio, forse radicata in tanti e datati manuali di studio, si era soliti identificare con l’aggettivo “contemporanea” l’arte prodotta dal secondo dopo guerra in poi, in uno spazio temporale che ora era arrivato a contenere, in uno stesso termine, poetiche troppo diverse tra loro, e oramai troppo distanti anche a livello generazionale, per oltre sessant’anni di storia, di rivendicazioni, di affermazioni, in un arco di tempo, che, per merito o demerito della globalizzazione, ha esternato più ideologie di quante non se ne sono alternate per secoli. Così, sotto la denominazione “arte contemporanea” convivevano fino a ieri, legittimamente, l’uno affianco all’altro, Pablo Picasso e Damien Hirst, Mimmo Rotella e Mark Rothko, attraverso Andy Warhol e Jean Michel Basquiat , Fontana e Manzoni, insieme ai protagonisti della Transavanguardia, arrivando ad includere Maurizio Cattelan e Jeff Koon. Proprio per questi ultimi Electa ed il curatore della collana, Francesco Bonami, hanno coniato il termine di “supercontemporanei”, dischiudendo alle intelligentiae che si occupano d’arte e d’estetica, una dimensione che supera il presente, e si distanzia  non solo dal passato, e da quanto prodotto fino ad una data convenzionale, ma è altresì percezione che si scosta volutamente dalla “contemporaneità”, e pone l’accento su icone e commistioni che potranno trovare un consenso, o un rifiuto, solo in un domani non ancora definibile e raggiungibile. Così contemporanea diviene l’arte di oggi che tende a quella di ieri, e per essa si intende un’arte già ruminata, metabolizzata, storicizzata; la supercontemporanea è invece l’arte di oggi che tende al domani, con uno scarto ideologico, estetico e sensoriale ancora più marcato; un’arte percepita dal pubblico come più provocante e provocatoria, forse rivoluzionaria e inaudita, ma che di per sé tenta di superare qualsiasi soglia di tolleranza in vigore oggi, per traghettare l’osservatore in una dimensione che deve ancora accadere, al di là di qualsiasi coordinata temporale e spaziale, prestabilita o vagamente intuibile, al di là della storia, collocandosi prima che questa si manifesti. I spirazione per queste speculazioni filosofiche è stato il dibattito tenutosi martedì 29 maggio nel quale Francesco Bonami e Massimiliano Gioni -nel nuovo Mondatori Multi-center di Piazza Duomo a Milano- hanno presentato i volumi "Matthew Barney" di Massimiliano Gioni e "Lo potevo fare anch'io" dello stesso Bonami, entrambi editi per i tipi di Electa/ Mondadori.

Francesco Bonami , non ha bisogno di presentazioni, di origini fiorentine, è stato nel 2003 il più giovane curatore chiamato a dirigere la 50° edizione della Biennale di Venezia; responsabile di numerose mostre internazionali, tra cui The Universal Experience, alla Hayward Gallery di Londra, nel 2005 ha diretto la 1° edizione della Triennale di Torino intitolata La Sindrome di Pantagruel. Ad oggi collabora con “Il Riformista”, “Zero” e “Vanity Fair” con l’intento di far conoscere anche a un pubblico non addetto ai lavori i temi dell’arte contemporanea. Attualmente è direttore artistico della Fondazione Sandretto, della Fondazione Pitti Immagine Discovery e del Centro d’Arte Contemporanea di Villa Manin.

  


 


ALLA RICERCA DELL'ENERGIA CONTEMPORANEA
 
   
Il sistema dell'arte in Italia
 
di Paolo Manazza 
 
Tutti ne parlano ma nessuno sa bene dov'è. Negli ultimi dieci anni in Italia l'attenzione, la critica e il mercato dell'arte contemporanea hanno incassato un forte colpo di accelerazione. Grazie agli artisti, ai media e alle gallerie il popolo degli appassionati e dei neo-collezionisti ha incrementato a livello esponenziale la propria fertilità, la propria cultura e la propria immaginazione. Svilluppando vertiginosamente il giardino di una nuova passione. Quella per la contemporaneità estetica. Questa moltiplicazione degli sguardi e delle intelligenze può dunque ringraziare pressochè tutti. All'infuori delle pubbliche strutture. La prima considerazione evidente è che lo Stato italiano, i suoi governanti, la classe politica per intero ha sfacciatamente ignorato questo fenomeno. Non si tratta della solita annotazione qualunquista. E' qualcosa di ancora più grave. E' il riflesso di un accecamento delle anime perpetrato dagli ideali del nostro tempo. Oggi l'interpretazione della realtà passa per la via infernale del consumo. Sia materiale che del proprio Io. Sacrificato a un altare che celebra la miseria di una celebrità permessa e governata dal suo stesso consumo. Per questo motivo la classe politica italiana ha da tempo abbandonato il concetto di res-publica. Sostituendola con gli scopi inerenti alla vita privata. Questo arretramento delle coscienze ha reso possibile la sparizione dell'ascolto. Anzi forse persino l'annullamento della radice stessa dell'udito. E' questo il senso generale del distacco del popolo dalla politica. E della politica dal popolo. Così mentre l'aria frizzante di molti artisti, gallerie e critici italiani ha iniziato a spumeggiare lanciando le sue onde crescenti sulle teste di nuovi appassionati, la spina dorsale del nostro Paese non ha nemmeno colto la parte infinitesima di questa energia diffusa. Tutto è rimasto nelle mani di interessi privati. Con il rischio di ripetere la storia degli ultimi decenni del Novecento. Quando le sapienti vie pittoriche di alcuni artisti italiani sono pesantemente naufragate sotto i colpi di una cinica catena di montaggio. Il privato investe ma pretende un ritorno dall'investimento. Così le innovazioni e le ricerche estetiche si trasformano in una produzione selvaggia in grado di moltiplicare l'eco dei profitti. E' accaduto e forse sta per riaccadere. Oggi l'arte contemporanea italiana è digerita e divisa in almeno tre grandi campi di battaglia. Da una parte la critica potente e ufficiale legata a fondazioni e interessi economici fortissimi. Quella dei Germano Celant o Achille Bonito Oliva che da decenni hanno in gestione denari e commesse, pubblici e private, sull'idea della contemporaneità. Nonostante la loro eccellente competenza e i loro numerosi interventi, di fatto questo comparto si è rivelato più vicino a essere un perfetto meccanismo di potere. Piuttosto che un campo ben arato e foriero di ottimi frutti. Così la delega per l'incremento, lo sviluppo e lo stimolo delle Belle Arti è passato tout court nelle mani di fondazioni modaiole. E i ministri del culto foraggiano il loro cari. Il secondo arte-sistema è quello puramente economico. Le fiere, le aste, le gallerie e i mercanti. Nonostante lo scopo primario e dichiarato sia quello, ovviamente, di far soldi spesso e volentieri questi soggetti cercano di supplire alle stratosferiche latenze culturali italiane. E spesso ottengono discreti risultati. In poche parole gli artisti contemporanei più promettenti sopravvivono grazie a questo circuito. Il terzo anello è quello dei media. Anche in questo caso molto zoppicante. Composto in parte da decine di riviste specializzate che organizzano una sorta di grande happening sul concetto dell'autoreferenzialità. Si parlano e si scrivono addosso. Dall'altra da interventi, per fortuna in crescita, sui grandi quotidiani, settimanali e format televisivi. Spesso centrati sull'aspetto dell'economia dell'arte più che della critica. D'altro canto è pur vero che, da sempre, dove nasce un'opera si genera un pubblico e con esso si crea un mercato. Il problema è partire dalla lente economicistica per poi cercare un approfondimento della cultura estetica. Ai tradizionali media si sono affiancati recentemente alcune testate on line. Molte delle quali, pur avendo ottimi numeri sul fronte dei visitatori, appaiono desolantemente insufficienti nei contenuti e nella propensione a stimolare un dibattito intellettualmente serio. Noi di ArsLife vogliamo proseguire il successo on line conseguito dal nostro sito (che prima si chiamava eartcom) e inserirci con umiltà e passione sulla strada diretta allo sviluppo e al potenziamento dell'energia circolante sui binari della contemporaneità artistica. Per questo abbiamo chiesto, e ottenuto, da molti opinionisti, giornalisti e intellettuali l'adesione e la loro collaborazione (vedi in home page la voce "Chi siamo"). Siamo certi che potranno aumentare ancora. Ciò che desideriamo è sviluppare un portale italiano d'arte (sulla base dei tre anni passati di lavoro svolto) sulle linee dell'eccellenza nei contenuti e dell'attualità nelle informazioni. Alla ricerca dell'energia contemporanea. E al servizio di tutti gli artisti e appassionati del nostro magnifico Paese.
 
Le immagini sopra sono opere di Giacomo Balla.
A sinistra, Dinamismo di un cane al guinzaglio, 1912. New York, The Museum of Modern Art.
A destra, Le mani del violinista, 1912. Londra Collezione Estorick

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