Il termine “contemporaneo” è già passato di moda, è a dir poco “demodé”, conferisce per così dire un’allure, che, in un certo qual modo, è già inquinata, intrisa di ricordi e percezioni, che se pur recenti, iniziano comunque a sbiadirsi, e ad acquistare una patina, che il tempo evidenzierà sempre di più, fino a quando la parola stessa “contemporaneo” apparirà fuori luogo.
Ora la parola “cult” - “cutting edge” direbbero i britannici - è “supercontemporaneo”, un neologismo germogliato da poco, eppure già diffuso perché titolo di una collana distribuita da Electa.
Nell’aggettivo “supercontemporaneo”, è insita una chiara definizione cronologica che, a nostro avviso, non deve passare inosservata, soprattutto per il significato di cui si fa consapevolmente carico, come veicolo di una nuova concezione nata per definire l’arte, secondo una visione che ancora mancava.
Infatti, per una communis opinio, forse radicata in tanti e datati manuali di studio, si era soliti identificare con l’aggettivo “contemporanea” l’arte prodotta dal secondo dopo guerra in poi, in uno spazio temporale che ora era arrivato a contenere, in uno stesso termine, poetiche troppo diverse tra loro, e oramai troppo distanti anche a livello generazionale, per oltre sessant’anni di storia, di rivendicazioni, di affermazioni, in un arco di tempo, che, per merito o demerito della globalizzazione, ha esternato più ideologie di quante non se ne sono alternate per secoli.
Così, sotto la denominazione “arte contemporanea” convivevano fino a ieri, legittimamente, l’uno affianco all’altro, Pablo Picasso e Damien Hirst, Mimmo Rotella e Mark Rothko, attraverso Andy Warhol e Jean Michel Basquiat , Fontana e Manzoni, insieme ai protagonisti della Transavanguardia, arrivando ad includere Maurizio Cattelan e Jeff Koon. Proprio per questi ultimi Electa ed il curatore della collana, Francesco Bonami, hanno coniato il termine di “supercontemporanei”, dischiudendo alle intelligentiae che si occupano d’arte e d’estetica, una dimensione che supera il presente, e si distanzia non solo dal passato, e da quanto prodotto fino ad una data convenzionale, ma è altresì percezione che si scosta volutamente dalla “contemporaneità”, e pone l’accento su icone e commistioni che potranno trovare un consenso, o un rifiuto, solo in un domani non ancora definibile e raggiungibile.
Così contemporanea diviene l’arte di oggi che tende a quella di ieri, e per essa si intende un’arte già ruminata, metabolizzata, storicizzata; la supercontemporanea è invece l’arte di oggi che tende al domani, con uno scarto ideologico, estetico e sensoriale ancora più marcato; un’arte percepita dal pubblico come più provocante e provocatoria, forse rivoluzionaria e inaudita, ma che di per sé tenta di superare qualsiasi soglia di tolleranza in vigore oggi, per traghettare l’osservatore in una dimensione che deve ancora accadere, al di là di qualsiasi coordinata temporale e spaziale, prestabilita o vagamente intuibile, al di là della storia, collocandosi prima che questa si manifesti. I
spirazione per queste speculazioni filosofiche è stato il dibattito tenutosi martedì 29 maggio nel quale Francesco Bonami e Massimiliano Gioni -nel nuovo Mondatori Multi-center di Piazza Duomo a Milano- hanno presentato i volumi "Matthew Barney" di Massimiliano Gioni e "Lo potevo fare anch'io" dello stesso Bonami, entrambi editi per i tipi di Electa/ Mondadori.
Francesco Bonami
, non ha bisogno di presentazioni, di origini fiorentine, è stato nel 2003 il più giovane curatore chiamato a dirigere la 50° edizione della Biennale di Venezia; responsabile di numerose mostre internazionali, tra cui The Universal Experience, alla Hayward Gallery di Londra, nel 2005 ha diretto la 1° edizione della Triennale di Torino intitolata La Sindrome di Pantagruel.
Ad oggi collabora con “Il Riformista”, “Zero” e “Vanity Fair” con l’intento di far conoscere anche a un pubblico non addetto ai lavori i temi dell’arte contemporanea. Attualmente è direttore artistico della Fondazione Sandretto, della Fondazione Pitti Immagine Discovery e del Centro d’Arte Contemporanea di Villa Manin.

Le immagini sopra sono opere di Giacomo Balla.