diretto da Paolo Manazza
giovedì 17 maggio 2012
Ai Weiwei Lisson Gallery Milano
Strettamente legata al fenomeno del collezionismo, la casa-museo ha origini molto antiche che coniugano la ricerca dell’immortalità da parte del collezionista attraverso il suo accumulare nella sua abitazione le cose più disparate - soprattutto opere d’arte - con la coltivazione da parte dello stesso della Memoria. Già nel XIV secolo, Francesco Petrarca aveva trasformato la sua casa in museo collezionando monete con le effigi degli uomini illustri da lui ammirati e da cui traeva esempio. Con l’avvento del Rinascimento e in mancanza di luoghi espositivi come li intendiamo noi oggi, nati nel XVIII secolo, questa esigenza di fare del collezionismo nelle proprie case andò rafforzandosi raggiungendo un suo apice nelle Wunderkammern che trasformarono gli interni privati, non solo studioli, in veri e propri trionfi espositivi, riempiti fin quasi all’impossibile in ottemperanza a quell’horror vacui tanto in voga nel Seicento, con opere d’arte, curiosità scientifiche e ogni genere di oggetti ritenuti straordinari dai loro proprietari.
Quando, nell’Ottocento, l’architetto John Soane fece della sua abitazione – una delle prime ai nostri giorni ad essere istituzionalizzata come casa-museo - un laboratorio di architettura dove gli spazi venivano perennemente rimodellati per ospitare ed esporre le innumerevoli opere da lui collezionate, nulla di nuovo, quindi, venne inventato.
Nell’attuale esperienza romana, ciò che colpisce è che la casa è viva, ancora abitata dal suo proprietario di cui segue l’evoluzione esistenziale e che, proprio per questo, a differenza degli esempi succitati, non è il pubblico a recarsi fisicamente nella casa, ma è la casa ad andare dal pubblico che la visita in modo virtuale, come si conviene ai giorni nostri, attraverso le foto di Humberto Nicoletti Serra e il video di Carlo Tomassi . Nella parte del visitatore flâneur così caro a Baudelaire e a Benjamin, capace di dare attenzione e di soffermarsi anche sui minimi particolari, la curatrice della mostra, Emma Tagliacollo, che, da architetto quale è, costruisce per il pubblico un percorso espositivo non solo architettonico/artistico, ma anche storico, antropologico, psicologico, sociologico e sociale che permette di conoscere, attraverso gli interni da lui trasformati e la raccolta di oggetti di plastica da lui effettuata, il proprietario, l’architetto Massimo Alessandrini.
La mostra su casa Alessandrini si inserisce nel progetto “Five Roman Flats” che si propone di raccontare la città di Roma attraverso cinque differenti alloggi borghesi, ricavati sia da antichi palazzi signorili che da residenze popolari come quella di cui si occupa questa esposizione.
Trenta anni fa, Massimo Alessandrini ha rilevato e poi ristrutturato un appartamento posto all’ultimo piano di uno stabile del 1880, realizzato in piena speculazione fondiaria postunitaria in Via Alessandria, nella zona di Porta Pia. La ristrutturazione, basata su semplicità ed essenzialità geometriche che si potrebbero definire quasi monacali seppur non banali, non è scevra di funzionalità e senso estetico e si avvale di una dominante lignea grezza che mette in luce la purezza delle linee e la naturalezza dei materiali impiegati. All’interno del piccolo alloggio, pochi mobili semplici, anche riciclati come un armadio proveniente da un ospedale tedesco, rappresentano, ognuno, un progetto a sé stante e sottolineano, alcuni, il legame del proprietario con il mare come il letto-zattera e il tavolo-isola. L’estrema sobrietà degli interni, che presentano anche guizzi di fantasia come nella soluzione nuova dell’armadio-libreria1, viene bilanciata dalla collezione colorata e ludica di ciò che rimane di oggetti di plastica a cui il collezionista ha dato forma estetica perché eco di un passato in cui si possono leggere la spensieratezza e i sogni dell’infanzia sia suoi che dei bambini che hanno abitato prima di lui l’appartamento di via Alessandria. Frammenti raccolti, per vent’anni, da Alessandrini sulle spiagge del mondo, tutti con una loro storia e capaci di formare un immenso tappeto2, resti infiniti di quei cento milioni di metri cubi di plastica abbandonata e proveniente da chissà dove che il mare riconsegna al bagnasciuga dopo averla trascinata a lungo tra le onde che, se non recuperata con intento artistico, continuerebbe ad inquinare il pianeta. Un modo nuovo di essere architetti, artisti ed ecologi, quindi, recuperando la dimensione del sogno attraverso il riuso di cose abbandonate a cui si dà, attraverso l’arte, un valore che forse non hanno avuto quando erano nuove.
Lawrence Alloway, lo storico e critico d’arte a cui si deve la definizione di Pop Art, scriveva nel 1958: “Edmund Burke Feldman, in un articolo apparso su Arts and Architecture, afferma che trovare riparo, abitare, realtà iniziata come necessità, è divenuta ai nostri giorni un esempio di arte popolare e di massa. Questo appare come un chiaro segno di democratizzazione del gusto che ha allargato il significato di Belle Arti ben oltre i limiti imposti dalle teorie rinascimentali riconoscendo all’intero complesso delle attività umane dignità e valore di cultura ”.
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