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Apertura del MAXXI e del MACRO a Roma

 
ArsLife
su MAXXI, MACRO e RtCA
 
 


Sandro Bondi (Foto: Adnkronos): è stato fischiato durante l'inaugurazione del MAXXI
 
 
Fischi e contestazioni hanno accolto l'inizio dell'intervento del ministro per i Beni culturali Sandro Bondi durante la cerimonia d'inaugurazione del MAXXI, il museo di Arte Contemporanea firmato Zaha Hadid. La contestazione è scattata già alle prime parole del ministro: "Rivendico al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al ministro Altero Matteoli il merito di aver portato a compimento il primo museo delle arti del XXI secolo". Solo dopo le contestazioni si corregge o come lui stesso ha specificato 'aggiunge': "e desidero riconoscere il ruolo essenziale che hanno avuto i governi precedenti con i loro ministri dei Beni culturali". Clicca qui per leggere il commento al vetriolo di Lucien de Rubempré. Qui di seguito il servizio di Cristiana Curti con una analisi critica delle manifestazioni romane.
 
 
 
 
 

SUPERMAXXIMacroLISTICHESPIRALIDOSO!

UN VIAGGIO ANALITICO NELLA FIERA ROMANA
E TRA LE STANZE DEL MAXXI


di Cristiana Curti

Ci ho provato, lo giuro. Tentato e ritentato. Più volte.

Abbigliata di ogni paludamento necessario a intendere le polemiche che sempre condiscono le fatali inaugurazioni di nuovi centri catalizzatori dell'arte (e del potere), anche questa volta corpose nei confronti del MAXXI, mi sono ripetuta come inesausto mantra che: 

    1- il bando di concorso per la progettazione e la costruzione del MAXXI era “fallato” ab ovo da una regia politica incompetente (diciamo così) e da una commissione giudicante quantomeno estemporanea (diciamo ancor così); 

    2- gli intenti iniziali che del MAXXI avrebbero dovuto fare una fucina di nuove sperimentazioni per le giovani leve di architetti e artisti sono stati - nei fatti - disattesi; 

    3- il museone di Via Guido Reni è nato sottomesso alla già antiquata moda di intendere il museo del XXI secolo, prona al “duce” Guggenheim-Bilbao che non ha alcuna pertinenza con il territorio e - per certi aspetti - non è produttivo per la città; 

    4- l'arte dovrebbe essere più importante del suo contenitore; 

    5- la collezione permanente del MAXXI è ancora poco rappresentativa di un Museo di tale caratura; il MACRO è invece avvantaggiato dai depositi di opere anche del secondo Novecento italiano di buon livello; 

    6- il MAXXI è costato la bella cifra di 160 milioni di euro e ne costerà circa 13 l'anno per mantenerlo (da cui la questione: come procedere nella gestione senza demoralizzare i progetti culturali?); 

    7- Roma non potrà garantire un flusso di pubblico sufficiente alle nuove strutture museali del contemporaneo perché l'offerta turistica è altissima e concentrata per lo più intorno al parco archeologico e all'arte del Rinascimento e del Barocco; 

    8- nel MAXXI (non nell'ala nuova del MACRO di Via Reggio Emilia) molti lamentano la difficoltà di progettare i percorsi espositivi a causa della sua complessa planimetria. 

Ma, sarà che Roma è sempre Roma (atque semper vincit...), e che fuori dalle diverse sedi novissime dell'arte del XX e XXI secolo troverete - a portata di breve e amena passeggiata - una locanda pittoresca e ricca di sapori e profumi per i palati più veraci o per quelli più ricercati (come non accade certamente a Milano, a Torino e ahimé neppure a Bologna) oppure una ridente gelateria con stuzzicanti tartine salate e pizze bianche da godere all'aperto sotto un soleggiato (anche a Dicembre) bersò, insomma: sarà per questo o per altro, quaggiù l'atteggiamento del popolo dell'arte nei confronti del week-end più atteso del 2010 non riesce a essere davvero diffidente e pronto alla bagarre come copione detterebbe. 

O sarà per via dei Musei? 

Pertanto, mentre mi sovviene che un chilometro di TAV arriva a costare all'Italia la poderosa cifra di 95 milioni di euro (e che quindi il MAXXI vale su per giù 2000 m. di asfalto pur pregiato e importante), mi accingo a pestare i siti dove già tanti misero prima di me l'impronta e, ne son certa in barba agli scongiuri, molti di più seguiranno.  
 
 
MAXXI - La Calamita Cosmica di Gino De Dominicis - foto Manon Khazrai
 
 
 
 

MAXXI - MUSEO NAZIONALE DELLE ARTI DEL XXI SECOLO

Regie, Regine e Risate  
 

Pregustavo l'emozione dell'ingresso in Piazza Alighiero Boetti da tempo, da quando più volte mi agganciai alle ringhiere della cancellata, spietatamente chiusa e sorda per mesi e mesi sino a oggi. Della giusta inquietudine che il popolo dell'arte non voleva ammettere per le sorti del megamuseo della rutilante Hadid non rimane più nulla. 

Disciplinati, intimiditi scolaretti varcano le soglie del MAXXI compostamente, dopo aver subìto le inaugurazioni e i salamelecchi di rito di cui tutti hanno abbondantemente parlato. Finalmente il Museo è davvero nostro. 

Ci accoglie lo scheletrone pinocchiuto di 22 metri e mezzo “Calamita cosmica” di Gino De Dominicis e già sento che il malocchio è scongiurato (mentre la scaramantica Hadid rifiutava di scendere dalla limo ai festeggiamenti perché le pareva di pessimo augurio). All'esterno rimangono come piccola piazza di paese alcuni avventori seduti su comode seggioline rosse sparse sull'acciottolato candido approntate per un concerto. Le spostano, vi si accoccolano, le accostano agli alberi, le dispongono all'ombra, vi si attardano a formare crocchi per discutere dell'esperienza della visita. L'impressione è bellissima: sembra che tutti godano della nuova agorà.  

La vasta hall si apre ai meravigliati oooh del pubblico estasiato dalle volte senza percettibili piani e dai toboga (come li chiama divertito un titolatissimo amico architetto), i corridoi sospesi che l'aerea Hadid ha innestato a raccordo delle diverse aree espositive. Un po' nastro di Möbius rivisto in prospettiva escheriana un po' Gardaland? L'ineffabile Hadid ha pensato a tutto e non ha permesso che un elemento avesse il sopravvento visivo su un altro. L'equilibrio dei volumi è notevolissimo e la prima suggestione di spettacolare monumentalità lascia il posto a una confidente, raccolta armonia formale.

Le “Linee rette di luce nell'Iperspazio curvilineo” del romano Maurizio Mochetti sottolinano con efficacia la levità dello spazio interno e scandagliano il vuoto con lance puntiformi di luce rossa.  

Del resto è del tutto evidente che è il Museo a dettare legge su come l'artista vi si debba uniformare per guadagnarsi un posto in prima fila e non il contrario. Nel nostro percorso e sino a quando le mostre temporanee rimarranno quelle delle giornate inaugurali, il MAXXI è un unico gioco ottico di linee curve e linee spezzate, con elementi che la scaltra Hadid (alla fonte anche di queste più o meno consapevoli scelte) ha saputo pilotare, lasciando il compito all'arte di completare ciò che essa aveva accennato. 

Il vuoto è sapientemente distribuito, e pare l'elemento più notevole di questo mega-allestimento. Nel vuoto primordiale (chaos) si forma il lógos, il verbo. Non a caso lo spazio del MAXXI è attraversato dalle portentose risate di De Dominicis “D'io” che riassume icasticamente la verità di tutte le cosmogonie: risata come ponte fra corpo e emozioni, fra dentro e fuori, fra vero e falso (imitando una risata si finisce per ridere davvero), fra mortalità e immortalità. Eracle, indotto al riso, libera i briganti Cercopi che aveva appena catturato appendendoli a testa in giù a un bastone e portandoli come bisacce; costoro, sbattendo contro il deretano dell'eroe, rammentano le raccomandazioni della madre che li avvertiva di stare alla larga da un personaggio dal “deretano nero” - melampygos - e scoppiano a ridere, procurandosi così la salvezza. Risata presente in tutte le culture antiche, anche quelle amerindie, come prova di virilità (resistervi) o come origine della civiltà (dal riso l'invenzione del fuoco e del linguaggio). Risata come perdita temporanea del controllo sull'anima e come rischio dionisiaco di dispersione dell'individuo. Risata come scoperta liberatoria di una delle parti dell'anima - la più oscura -, ribaltamento delle prospettive ordinarie e vettore per l'immortalità. 

Questo conta per De Dominicis. Questo è davvero il primo cortocircuito semantico all'interno del MAXXI. 

Alla risata ci porta la Mozzarella in carrozza all'interno della quale occhieggiano divertiti i bimbi che sono accompagnati in visita e che paiono apprezzare infinitamente i trucchi dell'io-d'io-dioniso dedominicisiano. 

Al riso muove una parte delle installazioni di Kutlug Ataman nella Galleria Carlo Scarpa: basta sdraiarsi sui magnifici lettoni in mezzo all'ambiente e rimanere deliziati a naso in su a osservare la lenta sorridente transumanza degli aitanti giovanotti turchi appesi a ganci di macelleria che attraversano il campo visivo e il cielo sopra di loro. Ognuno sta facendo qualcosa di “moderno”: chi gioca con il portachiavi, chi con il cellulare. Ma la teoria è inusuale e antimoderna (costretti loro a librare da un gancio e costretti noi a guardare sdraiati, solo che noi siamo comodi e loro no), anticonvenzionale. Liberatoria. 

Ancor meno “moderno” è l'appunto che muove la mia amica persiana alla scorrettezza ormai di consuetudine che, in piena contemporanea logoclastia, rifiuta di scrivere sui cartellini esplicativi l'aggettivo “persiano” in relazione alla triste leggenda di Layla e Majnoun (pron. Leylô e Ma'-sc-nûn), i nostri Romeo e Giulietta, metafora della ricerca di un contatto fra passato e presente e significato originario del cieco camminare nel deserto nel video Strange Space della serie Mesopotamian Dramaturgies. Il termine “persiano”, dalla rivoluzione khomeinista in poi, è stato cancellato dai vocabolari non solo politici ma anche culturali del nostro tempo sia in medio-oriente sia in occidente, lasciando un vuoto che, per essere colmato, abbisogna di una consapevolezza oggi forse perduta. Se fosse reintrodotto, la storia dei due sfortunati giovani sarebbe ricollocata non in alveo “islamico” (come il cartellino riporta...) ma in quello della civiltà persiana che con l'Islam non ha nulla a che vedere. Le distanze che si vogliono stigmatizzare non sarebbero così percepibili, se si inseriscono correttamente i simboli nel tempo e nella storia. La cultura svela di più di quello che l' “intenzione culturale” vorrebbe affermare.

Fin qui l'onnicomprensiva Hadid non arrivò. 

E così, parzialmente viziata da questa “nota stonata”, non riesco del tutto ad apprezzare il pur pregevole video English as a second language di due giovani contrapposti in parete che leggono uno versi in inglese del poeta nonsense Edmund Lear (con accento terribile) mentre l'altro tenta una traduzione di impossibile comprensione. Sullo sfondo scorre a velocità fenomenale un testo shakespeariano scritto a mano. Non è possibile assimilare la cultura dell'Occidente in poco tempo per chi possiede millenni (millenni) di storia alle spalle, ma, ancor più: è fuorviante giudicare le civiltà diverse con i soli mezzi del metro culturale occidentale. Ben concepito e ben costruito. 

Nella Galleria Claudia Gian Ferrari (omaggio insperabilmente puntuale per l'Italia, forse qui la riconoscente Hadid ha messo lo zampino?) inizia la strepitosa mostra di ABO su Gino De Dominicis, rassegna che sfida le collocazioni scolasticamente cronologiche e financo - in realtà - quelle tematiche, per lasciar libera la mente di accogliere il pensiero circolare e concentrico dell'artista così come è e come è stato da quest'ultimo strutturato. Un omaggio - e voleva esserlo - perfettamente riuscito.

I temi principali della ricerca di De Dominicis ci sono tutti, nessuno escluso, ma quello che emerge prepotentemente aldilà delle apparenze collazionistiche è la centralità della cultura che tutto in sé comprende e - di più, snobisticamente - eleva. 

Il riso è l'elemento più emblematico, quello esplicito nella Madonna che ride del 1972-3 o nel meraviglioso disegno Senza Titolo del 1987 che fu esposto alla Biennale di Venezia del 1990 e acquistato da Mazzoli e quello interiore in tutta la produzione del nostro.

Come non ridere (e si ride, santo cielo!) di fronte al Cubo Invisibilesu cui tutti passano ignari calpestando anche il cartellino a terra firmato dall'Artista (“.. e pensare che l'opera è quella -mi dice sconsolata la guardasala indicando il foglietto ciancicato -, ma come faccio a tenere lontano il pubblico?” in ciò facendo, inconsapevole, il gioco di De Dominicis) o di fronte alle Statue con pianelle in corda e cappello di paglia sospeso. Come non ridere con  Auronia D.D. uscita dal parallelepipedo di vetro, volteggia invisibile nella bacheca del 1997? 

Del resto, come scrive l'Artista, è il pubblico che si espone all'arte e non viceversa. 

Osservo che sia qui che nella superiore galleria 5 (dove procede la mostra dedicata al grande anconetano) le opere migliori, le più scelte (per me), sono della collezione Guntis Brands che ha prestato molto, mentre la palma dell'affezione va al Senza Titolo del 1985 di proprietà di Gemma De Angelis Testa. Grandissima, incontenibile invidia. 

Poiché così vuole la regia del MAXXI e l'occulta Hadid (ovvero, all'incirca la medesima cosa), abbandono temporaneamente il mondo di De Dominicis per entrare nelle diverse prospettive di conoscenza offerte dalla rassegna SPAZIO che intende mostrare quanto di meglio è nella collezione permanente del MAXXI attraverso alcune sottocategorie di volta in volta denominate “Naturale Artificiale”, “Dal Corpo alla Città” (la sezione migliore), “Mappe del reale”, “La scena e l'immaginario”. Titoli poetici quanto enigmatici che confondono le esperienze riconducibili tutte ai riti di passaggio, di attraversamento, di evoluzione e liberazione - con le loro crisi e lacerazioni - perfettamente aderenti alle necessità tecniche del Museo, Grande Madre nel cui ventre si intrecciano le infinite percezioni dell'unica realtà. 

E qui nascono le prime contraddizioni dell'arte contemporanea quando è troppo votata alla dimostrazione, all'affermazione di principi e perde la leggerezza inesprimibile dell'arte. 

In primo luogo, quasi ogni artista, pur della più recente contemporaneità, non ha saputo evitare di rivolgersi al passato per ricuperarne un senso che legittimasse il proprio fare artistico, per ottenere giustificazione della propria presenza. Benché si dica che l'Italia sia un Paese ammorbato dalla propria tradizione, ben pochi in Occidente riescono a eludere il peso del fardello di un colloquio conclusivo con l'antico. Sembra, peraltro, che il secolo dei lumi al MAXXI si sia del tutto smorzato e che la società industriale e post-industriale sia stata, dall'arte, già spazzata via in un esperimento atomico che - fortunatamente - nella storia non è mai avvenuto. 

Nella galleria 4 (“Naturale Artificiale”) la grande Faradayurt di Jana Sterbak, yurta nomadica degli urali costruita con una stoffa che protegge dall'inquinamento elettromagnetico, non si intende se non conosci le proprietà del tessile specialissimo (proprietà descritte nel cartellino esplicativo) di cui è composta. Irrita l'arroganza dell'artista che provoca e poi ritrae la mano nell'Olimpo dell'incomunicabilità.

Decisamente migliore è la poesia di Pino Pascali e del Fiume con foce tripla, ma ora cominciamo a porci le domande-tipo del pubblico del contemporaneo. Chi ci dice che è Pascali? Dov'è l'identità dell'autore? Potrebbe essere anche De Dominicis, se non lo si sapesse da catalogo. Qual è la distanza stilistica fra gli artisti? Ha senso parlare di firma per l'arte concettuale della seconda metà del Novecento? Certo che sì, naturalmente, ma è necessario (obbligatorio) imporsi una conoscenza della storia del singolo autore per cui non basta la frequentazione di gallerie e musei.  

Appropriato completare la sezione con le Lavagne delle lezioni di Perugia del 1980 di Joseph Beuys e contrapporvi l'Andy Warhol di Fate Presto che propone il linguaggio dell'emergenza “dilazionata” e dell'ineluttabiltà della morte rimandata attraverso un'altrettanto inattesa chiave estetica. Sullo stesso registro è l' Italia Porta del 1986 di Luciano Fabro che non è interessato a contenuti socio-politici ma solo al rapporto fra spazio/opera d'arte/percezione del pubblico. E così è, esplicito, il bel muro di Nunzio, Avaton del 2007, che fa passare la luce fra la “faccia” combusta e quella ancora colorata. In quest'area del Museo l'artista contemporaneo è più alle prese con se stesso e la definizione del rapporto matematico-spaziale dell'opera nel suo contesto che con le esigenze di un pubblico adorante. 

Nella galleria 3 (“Dal Corpo alla Città” e “Mappe del Reale”) si sviluppa il tracciato impostato dall'autoritaria Hadid secondo quanto lo spazio museale impone anche con severe indicazioni curatoriali che chiedono di abbandonare ogni idea di amministrazione razionale della visita: “Percorrere momentaneamente l'orientamento”, ordina il muro che costeggia il corridoio in salita passante verso alcune terrazze dove sostano le opere, suggerendo di fare di sé la propria bussola. Qui è l'esperienza personale che conta indipendentemente dall'arte in mostra (volpina, questa Hadid, mi risolve la presunta penuria della collezione del MAXXI con il fine gioco intellettuale...). 

E' pur vero che il Triplo Igloo di Mario Merz è costretto fra uscite d'emergenza e rampa passante, ma la sua levità permette questa pecca pur evitabile data la quasi inconsistenza di una logicità di camminata. Fuori dall'igloo l'avveniristica aia dell'uomo nuovo ospita la sedia sciamanica di Chen Zhen in Un-interrupted Voice, perfetta per ricordare che nel XXI secolo si è pur sempre legati alla necessità di disturbare la morte in agguato scacciandola con il rumore. Notevole è, nel medesimo solco, la Cappella Pasolini di Adrian Paci che avvicina a un rito arcaico da comunità boschive per una divinità silvestre (qual era certamente il nostro Poeta). Rito cui tutti partecipano benvolentieri. Meno convincente la grande tavola di Kiki Smith preparata per un Large dessert in stridente competizione con l'opera precedente.

L'irritazione prosegue con il fastidioso Dielettrico di Micol Assaël che in altre circostanze avrebbe stupito, qui, semplicemente, no. 

Che siamo ormai lontani dalla “naturalezza” dell'esistenza ce lo conferma Atelier Van Lieshout con Slave City - Urban Plan dove numerosi bordelli e callcenter sopperiscono alla mancanza di scuole e luoghi di culto. E il riso ritorna, nella modalità “sarcasmo”.

Ma il grande arazzo di William KentridgeNorth Pole Map del 2003 ricostruisce ciò che era andato perduto: la relazione incrociata di elementi e suggestioni dall'antico sovrapposte alle tracce di modernità consegnano una nuova identità dell'esistenza fatta di stratificazioni di culture e di diversi livelli di conoscenza.

Sulla stessa linea poetica si colloca la bellissima opera di Luca Vitone, Sonorizzare il luogo (Grand Tour): amplificatori in legno sulla base superiore di ciascuno dei quali è intagliata la sagoma di una regione italiana. Dalle colonne proviene un canto diverso da regione a regione che riconduce alla necessità di non dimenticare la diversità delle culture, malgrado il senso di quieta confusione per l'iniziale spaesamento dovuto alla polifonia. Sarà stato uno scherzo della sorniona Hadid o del destino ma io, dalla regione Sicilia, non sentivo provenire alcunché. 

Nella galleria 2 (“La scena e l'Immaginario”) trova spazio il video pluri-premiato di Francesco Vezzoli, Democrazy, che - come già ebbi modo di dire - mi trova freddina, ma meno di altre sue opere. E' un comodato della munifica Unicredit Group Collection, che tanto diede al MAXXI, per cui si può poco contestare, ma si comprende bene come una Fondazione bancaria che si occupa d'arte sia senz'altro obbligata a considerare opere che fanno parte integrante nel bene e nel male della scena internazionale dell'arte fra II e III millennio. 

Mi risolleva e riporta al riso - che ogni tanto, inevitabilmente, si perde - Luigi Ontani in una delle sue celebratissime serie, Le Ore, in cui la super-icona (la sublimazione estetizzante del tentativo di De Dominicis di ottenere per diritto divino l'immortalità) si mostra in tutto il suo splendore antropologico e risolve con apparente leggiadria ogni conflitto con le vestigia culturali del passato.

Una soluzione che Ilya e Emilia Kabokov con Where's Our Place? non riescono a comprendere, pur tentando una mediazione attraverso tre livelli temporali di lettura: quello superiore (passato) della grande ottocentesca coppia, di cui si intravedono solo le estremità inferiori, che osserva porzioni di quadri in un museo storico, quello alla nostra altezza (presente) che fornisce immagini fotografiche della vita degli artisti - fra cui anche un inquietante “Kimmerian Nights” - e dei loro luoghi d'origine, e quello sottopavimento (futuro) con squarci sottovetro di paesaggini in miniatura. Non c'è dialogo fra i tre livelli, le dimensioni lo impediscono. 

Mi è sempre piaciuto lo storico Quadro di fili elettrici - tenda di lampadine del 1967 di Michelangelo Pistoletto perché è essenziale sia nel contenuto che nella forma. Là dove l'essenza diventa poetica del movimento poverista. Io credo sia una delle opere che più spiegano l'arte italiana degli anni '60, un capolavoro di sottrazione e metalinguaggio.

Di senso opposto a questo lavoro è l'opera (vista altrove già in diverse collezioni) di Grazia ToderiRosso che sovrabbonda in sensazioni, effetti, emozioni, visioni, mantenendo l'immobilità dell'inquadratura. Forse la serialità del video (che in sé non è certo male) ne ha compromesso la lettura? L'effetto estetizzante viene annullato dal fatto che non vi è più sorpresa? E' troppo poco per un'opera d'arte contemporanea l'esser solo bella? 

Bisogna considerare che opere come Incompiuto Siciliano di Alterazioni Video del 2007-09 e Il Muro occidentale o del Pianto del 1993 di Fabio Mauri rientrano nella categoria dell'efficace denuncia, ma non dell'arte. E quindi anche qui si soffre di una mancanza qualitativa che solo i grandi riescono a colmare.  

Nella galleria 1 (ancora “Dal Corpo alla Città”) un singolare Senza Titolo del 2009 di Marco Tirelli privilegia il tocco slabbrato del carboncino al monumentalismo razionale e pulito della sua produzione più nota. E' un paesaggio accennato e bidimensionale, onirico. Un recupero stilistico del passato ormai in corso da un paio d'anni? In parte. E' più una ricerca di un'essenzialità che altrove, in artisti ormai maturi, riuscirebbe ridondante, ma qui sembra più vicina ad una nuova interpretazione funzionale della pittura.

Questa cifra si riconosce anche - con ben diversa intensità - nel magnifico e precedente olio di Gerhard Richter del 1969, Stadtbild SA (219/1), dove la ripresa dall'alto della città di Dresda, calco delle fotografie aeree statunitensi, indica i rigorosi pieni e vuoti della nuova architettura razionalista dopo i bombardamenti. Credo di non aver mai visto un'opera che più chiaramente - e in modo così bello - illustra la desolazione di un popolo in faticosa ricostruzione della propria identità storica. 

Di rovine racconta anche il saccone Ninnananna di Maurizio Cattelan che tanto offese la sensibilità della gente. Non c'è però da preoccuparsi per eventuali nuove polemiche: le macerie del PAC bombardato sono relegate a un'area di passaggio al piano terreno e nessuno di loro si avvede. 

Ma di ciò non si fa carico Lara Favaretto che lascia al caso investito di impronte personali l'onere di fabbricare l'opera d'arte. Una corda appesa, in cui sono intrecciate ciocche di capelli lasciati crescere per 12 anni e tagliati in occasione dell'installazione, viene sbattuta con moto involontario contro una parete, su cui si stagliano deboli segni grafici. Si tratta di E' così se mi interessa del 2006. L'arte è involontaria e il gesto quasi automatico (che richiama l' action painting d'oltre oceano) è lasciato a una macchina. L'intervento dell'artista è limitato all'aver fornito una parte dello strumento (i capelli inseriti nel pennello-corda) per la composizione.

E' interessante - dico sul serio - ma l'effetto è quello di un manifesto propositivo non di un'opera d'arte. E comunque non capisco la faccenda dei 12 anni... 

Si scioglie nell'aria la risata di De Dominicis. Significa che devo tornare dal Maestro. 

Salgo per i toboga lungo i quali sono disposti alcuni quadroni del grande anconetano, consapevole che il clou della festa sta per arrivare. In effetti, si riscontra un crescendo nell'installazione delle opere - o sarà solo una mia impressione? - che cerca di trascinare, confondendolo, il visitatore attraverso un percorso iniziatico. 

Nell'ultima rampa in alto appaiono le prime serie di pitture intorno al personaggio dell'artista, singolari autoritratti che spiegano il legame fra iconografia personale/iconografia sumera/divinità. De Dominicis è inquadrato in modo sapiente in video mentre dipinge (dipinge?) alla scrivania, elegantemente vestito e pettinato. Il fatto è che la scrivania è sospesa a mezz'aria e l'artista, anch'egli olimpico, ogni tanto muove i piedi nel vuoto come per sgranchirli. Il riso procede. 

L'iperurania Hadid ci ha confezionato una delle sale espositive (galleria 5) più curiose degli ultimi tempi, uno spazio sghembo che fa claudicare spettatori e sostegni delle opere tanto che sembrano fuori posto i necessari cartelli a terra i quali, indeformati, svettano storti in tutta la loro urticante genuflessione alla misura non conforme all'imprevisto.

L'effetto è un po' Sacro Bosco di Bomarzo della Casa Pendente, ma l'orsininiana Hadid non permette che il centro sia perduto. Lo spazio interno è ordinatamente suddiviso, cosicché al contrario di quanto sino ad ora si è attraversato, qui sembra di essere addirittura all'interno di una mappatura perfettamente ortogonale, cosa che in realtà non è.  

Ecco davvero il cuore della festa. La serie delle Sfingi, dei piccoli capolavori degli ultimi anni, dei Guerrieri armati di lance cosmiche, delle dee madri (Regine) avvolte nei nembi, delle grandi prove di dialogo con il Rinascimento leonardesco (le “gioconde” e le “Delfine”) e con il cubismo (il sublime Ritratto di Nicoletta N. del 1997/8, una delle cose più belle che mano quasi contemporanea abbia accennato) per il quale coinvolgente dovette sembrare il tema stilistico della prospettiva rovesciata... 

Bisognerebbe che questa mostra ci venisse garantita per sempre, che l'ubiqua Hadid intercedesse per noi e graziosamente chiedesse ai nobili prestatori di lasciare qui, a Roma e per il MAXXI, questa prova del genio terreno (o divino?) del XX secolo. 

E' troppo?  

Ogni perplessità (ved. gli 8 quesiti iniziali) è per il momento estinta da un'esperienza intensa e importante. 

Ora sta alla Fondazione del MAXXI operare in modo intelligente e permettere (come in Italia solo al MART di Rovereto si fa in modo sistematico e strutturale a territorio e istituzioni) che le esperienze come questa siano reiterate nel tempo e concentrate nello spazio affascinante del Museo. Solo un costante e aperto colloquio con il Collezionismo consegnerà al MAXXI il “materiale” che manca. Le possibilità di riuscita ci sono perché il sito è allettante per qualsiasi prestatore o donatore e Roma è la Capitale (per Diana!). Dal “materiale” (opere, documenti) la fortuna e la longevità del Museo. 

Bisogna ignorare i conflitti di potere e le piccole bagarre che avvengono fra il pecorume politico che tenta sempre di appropriarsi di una bella occasione per mettersi in mostra. Si possono superare queste perniciose evenienze che a Roma forse sono più pressanti che altrove in Italia. 

Gli uomini possono fare, così come una donna fece (Hadid, Decq, Belli...).

Basta tenacemente volere. 
 
 
 

MACRO - Museo d'Arte Contemporanea ROma

“Passeggiata archeologica” per palati contemporanei  
 
 

Inebriata dalla sconvolgente esperienza del MAXXI e da un gelato ai gusti Indispensabile e Sette veli (giuro! ma non dico cosa sono...) che ho avidamente mangiato da Mondi al Ponte Milvio su Via Flaminia Vecchia, arrivo al MACRO che già molto conosco per la buona proposta culturale e per le architetture post-industriali della Fabbrica Peroni recuperate con sapienza da Odile Decq nel 1999, la stessa professionista cui fu affidata la riorganizzazione della “coda” del Museo che oggi può quindi utilizzare due ingressi distinti (chissà se rimarrà così?). 

Entriamo dunque dal nuovo ingresso di Via Nizza dove ci accoglie un solerte servizio stampa che ci rifornisce di CD, cartelle e - vivaddio - una bottiglina minima ma refrigerante di acqua.

Dietro al banco dell'organizzazione, si apre uno stretto corridoio, fra ciottoli ben ordinati e giovani alberi appena piantati, verso un varco scuro che preannuncia già la selva di volumi monumentali che la Decq ha sovrapposto per rendere l'idea di una sorta di soglia di bosco dantesco contemporaneo. Io adoro anche il buio, non solo la luce. E mi ci infilo riconoscente. 

Quello che viene chiamato il foyer è un vasto ingresso severo dalle volte che lasciano intravedere le aree soprastanti e i collegamenti con l'ala già “vecchia”. Al centro della grande sala, nella quale - come antipasto - sono disposti una stele in piombo su legno di Nunzio (lasciata dall'artista in comodato per la Collezione del Museo), Alfabeto del 2009 e un video delle epiche camminate misura-spazio/tempo di Bruce Nauman (Walking in an Exaggerated Manner around the Perimeter of a Square, 1967/8), è posto un enorme uovo con sorpresa, una sorta di nave spaziale con tanto di rampa di lancio (=ingresso) che davvero stupisce sia per il colore accesissimo, un vero rosso lacca o rosso valentino, che da sé solo illumina l'ambiente sia per l'installazione singolare sicut matrioska. E' il sorprendente auditorium che al suo interno mantiene il rubicondo colore amplificato dalle sedute, dalle pareti, dal soffitto (sopra il quale è un altro spazio per manifestazioni): una scatola di fuoco che, per la verità, non si presta molto alla moderazione e alla discussione pacata, come sottolinea saggiamente la mia amica.  

Nella Sala Grande, sono disposti con nonchalance minimalista solo pochissime monumentali opere di grande impatto nello spazio immenso illuminato naturalmente: la magica accumulazione di utensili d'acciaio del grande artista-poeta indiano Subodh Gupta che non manca mai di rendere omaggio alle radici della sua cultura; un enorme, storico, La Chimera di Mario Schifano (bellissimo) e le splendide vele di Jannis Kounellis del 1993 che ben si adattano per misurare lo spazio circostante.  

Pare che in questo luogo l'architetto abbia mantenuto un contegno più schivo (che non significa meno importante) rispetto allo spazio che doveva ridisegnare: le opere qui sono protagoniste e tendono a definire spazi e conferire contenuti, determinando - credo anche in futuro - il carattere più “accademico” e più “utilitaristico” di questo Museo rispetto al MAXXI. Non sia un giudizio di valori, è constatazione di ciò che vedo con i miei occhi.  

Saliamo tutti verso il ballatoio sopra l'auditorium: è divertente. Quando sapremo usare questo luogo, diventerà davvero un posto privilegiato.  

Al I e unico piano elevato c'è un bar il cui bancone sembra la prua di un cutty sark arenato e svettante nel vuoto; dal ballatoio si entra nell'ex fabbrica dei ghiacci (Piccola Galleria) dove è allestito un breve ma intenso itinerario nell'arte del secondo Novecento italiano e romano: sono depositi che lasciano già percepire il rapporto fra il Museo e la comunità dei donatori. Da quel che vedo c'è una notevole consapevolezza dello scopo che si vuole raggiungere e una scelta decisa e di qualità, benché ancora in evoluzione. 

L'impostazione, qui, è didattica: un Teatrino di Lucio Fontana del 1965 concesso dalla Fondazione milanese di notevole livello; una bella, vivace opera di Ettore Spalletti del 2000 che sembra muoversi e dona un andamento sussultorio a tutta l'area circostante. Emerge un dialogo fitto fra un “classico” Domenico Bianchi (già della Collezione del MACRO) e un magnifico Piano Sospeso rosso combinato del 1964 di Pietro Consagra, un'importante installazione di Stefano Arienti, Gargantua e Pantagruel del 1991, emblema della ricerca dell'artista rivolto a fare tesoro delle immagini già concesse da storia e cultura (quello che in parte fa l'accumulatore di brand Cattelan ma con ben diversi esiti) e i tre personaggi (uno perduto) de L'altra figura di Giulio Paolini.  

Un Castellani bianco del 1997 rimanda alla luce quieta del Novelli di raffinata composizione del 1964. Mentre una straordinaria tela di Bice Lazzari del 1973 (donata dall'Archivio dell'artista) attende con pazienza di dimostrare agli avventori le qualità formali della grande veneziana adottata dalla Capitale. Forse l'opera migliore nella sezione. Non stride affatto il connubio con la grande tela di Marco Tirelli del ciclo recente che rarefa i contorni alla ricerca di una diversa prospettiva pittorica (come già vidi al MAXXI ma con declinazione ancora diversa). La sensibilità compositiva è la medesima della Lazzari, ma in Tirelli l'accademismo sembra prevalere sui contenuti. E' comunque un'ottima prova dell'esponente dell'Officina San Lorenzo così amato dai musei romani. 

La scelta delle opere nella Piccola Galleria è determinata dall'intenzione di rendere un panorama essenziale ma efficace dell'astrazione e del concettualismo italiano (e romano), un percorso sintetico per il visitatore che deve essere introdotto alla contemporaneità presentata nell'area espositiva successiva e al concetto di “laboratorio” intellettuale e territoriale che qui è ben più evidente che al MAXXI.  

Dai prestiti, inoltre, si evince uno stretto contatto con gallerie e istituzioni private italiane, in particolare con Studio la Città di Verona (che procurerà anche l'installazione di Hashimoto che vedrò poco più avanti), la Galleria Continua di San Gimignano e Pechino, l'Unicredit Group Collection e (impresa ancor più difficile) con le fondazioni dedicate agli artisti. Questo indica un rapporto già consolidato fra soggetti diversi e un'impostazione di principi che produrrà buoni frutti. 

In fondo al percorso si intravvede una selva (un'altra!) di leggeri dischi in carta riso, fluttuanti come una poesia haiku, che fra i brevi versi lascia vuoti allusivi. Quella nuvola chiara e leggera dentro la quale è permesso entrare (con le dovute cautele!) è l'opera di Jacob Hashimoto dal titolo dalla leggera sonorità Silence Still Governs Our Consciousness che raccorda nella meditazione e nel raccolgimento le due aree del Museo: infatti la costruzione aerea si declina in cascata da un livello all'altro e si potrà poi rivisitare al piano terreno entrando dalla corte dell'ingresso da Via Reggio Emilia. Al muro, un video mostra la fatica e il tempo - pur artatamente accelerato - dell'artista e dei suoi collaboratori per installare il complesso intreccio di fili e sostegni. 

Ma noi prima raggiungiamo la grande terrazza sul tetto della nuova ala che si apre sui cieli di Roma e ha come quinta scenografica le palazzate umbertine e primo-novecentesche di questa zona residenziale e post-industriale defilata dal centro. L'impressione è di avere a disposizione uno spazio di riposo e ricerca insieme. Quassù una fontana “neo-barocca” disperde rivoli d'acqua da un immenso piano inclinato, mentre intorno ad essa si raccolgono i visitatori in sosta. I muri che definiscono il perimetro del Museo in quest'area sono stati dipinti di colori chiarissimi per permettere la proiezione di video e, ora, dell'installazione di Arthur Duff (Synopses) appositamente concepita per il sito.  

Odile Decq ha davvero rivisitato le antiche passeggiate nei parchi delle meraviglie di Villa Lante o addirittura di Villa Adriana? Non saprei: la citazione mi pare un po' forzata, ma è certo che il rapporto dei romani con gli spazi aperti, il convivio e le fontane (l'acqua) è stato ampiamente discettato e la caratteristica della passeggiata archeologia e filosofica - dall'antico - qui ha comunque ragione di trovare un modello di persuasiva continuità. 

Il collegamento con l'area recuperata da un decennio è assicurato da una scalinata che - questa volta ne son quasi certa - mi rammenta i giardini di Bagnaia. Nel contempo folgora la pulizia dei volumi e l'apertura degli spazi (dal buio alla luce!) che ricordo nettissimi nella più bella dimora del '900 (senza paura di essere smentita): Villa Malaparte a Capri. Una ridda di ricordi scolastici si affastella senza trovare una giusta collocazione. Ciò vuol dire che l'impronta culturale dell'Occidente è qui - per me - netta e ragguardevole. 

Dall'alto posso finalmente osservare un'altra citazione letteraria: i due Ponti del Sospiro che collegano, su due livelli, le contrapposte ali della Ex Fabbrica Peroni e costituiscono parte fondante del percorso espositivo. Qui sono ospitate - come di consueto - mostre temporanee che però, in questo periodo, hanno particolare significato. 

Luca Massimo Barbero, a “capo” del Museo, ha personalmente curato due rassegne di forte impatto simbolico. Un Gilberto Zorio particolarmente audace mette finalmente se stesso al centro dell'opera (senza metafore) e, attraverso un'esplicita citazione alfabetica da fine del mondo, indica a tutti come anch'egli finirà con l'ausilio della sua arte. Il protagonismo che risultava stucchevole e involuto nella performance della Biennale di Venezia dell'anno scorso per Pistoletto-Thor, qui è lineare e convincente. Un “ritratto dell'artista da (non più) giovane” che affascina e piace. 

In altra sala si esprime un esponente primario della contemporaneità portoghese. João Louro spinge la mano per spiazzare il visitatore. Il calibro della raffinatezza utilizzato per l'opera My Dark Places si scontra con l'oscenità delle citazioni dalla letteratura erotica di Ellroy e De Sade (in diverse lingue) scolpite nei politi pannelli lucidi e rarefatti e riverbera nella parete razionalista del fondo della sala. Ghiaccio bollente? La banalità percuote il cervello ma non si trova altra figura retorica per esprimere la sensazione che si ha nell'osservare quest'opera. Anche qui si parla di posti bui contrapposti all'ariosa luminosità delle pareti specchianti; ma oltre la brutalità della carne c'è l'anima che, da come i visitatori sostano per leggere le frasi di elevatissima temperatura (prima con la coda dell'occhio, poi senza alcuna remora in un silenzio surreale), è stata colpita nel profondo e nel sentimento contrastante e superficiale della a-moralità collettiva, ora maieuticamente liberata e condivisa.  

Sulla “riva” opposta è offerto un assaggio tematico della Collezione del MACRO. La piccola mostra Visi, ritratti, corpi si concentra su uno dei fondamentali tópoi di ricerca dell'artista contemporaneo: il Sé (e il conseguente annullamento dell'autoritratto). L'autodefinizione attraverso l'universalizzazione dell'individuo. L'artista è tutti gli artisti, o, meglio, è l'Uomo per definizione (e, forse, per sottrazione). Il registro è complesso, ma le opere di Roman Opalka, Gina Pane, Aldo Tagliaferro, Urs Lüthi, Vito Acconci e molti altri rivelano perfettamente lo stato (angosciato) dell'arte. Poca divinità, molta ansia. 

Risolleva il cuore l'operazione MACROWall e il progetto Eighties are back!, che farà valutare al visitatore di volta in volta un'opera degli anni Ottanta del secolo scorso e una recente di una serie di artisti italiani contemporanei. Un “compito a casa” per un'analisi secca e senza ripensamenti sull'evoluzione di alcuni importanti autori del nostro tempo in Italia. Il primo esperimento è condotto con Alfredo Pirri il quale mantiene la freschezza degli esordi di uno Squadre Plastiche del 1988 che piace immensamente al pubblico, sino alla sua produzione ultima (Aria del 2006), comunque più letteraria e meno diretta. Mi piacerebbe conoscere il criterio di scelta delle due opere... 

Termino con Jorge Peris e la sua singolare Micro, Aureo, Adela, laboratorio di “accumulazione salina” per la costruzione (durante la rassegna) di un veicolo per viaggi nel tempo. Il sale, al centro dei simboli della civiltà umana, è qui artificiosamente prodotto e accumulato, secondo me, non per ottenere un risultato futuribile, ma per imitare la Natura in modo imperfetto ed esplicito. Quella strampalata stalattite vuole congiungersi (e vi riuscirà) a una stalagmite e ambientarsi così in una caverna platonica dei nostri tempi, laddove la passeggiata filosofica iniziata entrando da Via Nizza tornerà ad avere, nel mito, senso compiuto. 
 
 
 

MACRO FUTURE (Testaccio, ex Mattatoio)

THE ROAD TO CONTEMPORARY ART (26-30 maggio 2010)  
 

Ciò che distingue questa cavalcata fieristica dalle altre importanti in Penisola non è la profusione di “eventi collaterali” (presenti anche per le sorelle del Nord Italia), eventi che pur ci sono e notevoli, né il fatto di cadere in concomitanza con l'Evento degli Eventi (l'inaugurazione degli spazi MAXXI e MACRO di Via Reggio Emilia), quanto piuttosto la palese, forte convergenza della linea culturale delle diverse esposizioni (pubbliche e private) intorno allo scopo di educare al contemporaneo con semplicità recuperando una qualità estetica delle proposte che forse solo Roma riesce a rendere convincente. 

Un proposito così evidente, persino ingenuo, da risultare subdolamente vittorioso, poiché il mercato dell'arte contemporanea qui sembra voler puntare, dopo anni di spietato intellettualismo, alla godibilità dell'opera senza sensi di colpa verso eventuali lacune storiche. Come dire: non c'è più caviale, ragazzi, portate la trippa (finalmente!). La trippa, spesso, e soprattutto se di cucina esperta, è anche migliore del caviale. E ha quell'appeal “selvadego” che stuzzica palato e occhi insieme.  

A me pare di aver visto fra gli stand delle 67 gallerie presenti un'unità d'intenti che ha reso stimolante ma non faticosa la rassegna nel suo complesso. Persino la rappresentanza straniera (14 sul totale, più di un quinto, il che non è certo bassa percentuale) sembrava aver afferrato lo spirito del luogo e si amalgamava senza sforzo con la partnership locale. 

Altra caratteristica interessante è che al Testaccio, forse a causa della giovane età della manifestazione, il mercato non ha lasciato troppo spazio a eventi curatoriali di spicco, tanto che nei comunicati stampa di The Road of Contemporary Art non ci si perde in liste corpose di maggiorenti (direttori di musei, critici, collezionisti, opinionisti di varia estrazione e natura) che costituiscono in genere le nutrite schiere di “supervisori” culturali di cotali rassegne. Qualche discussione informale, qualche divertente intervento di non addetti ai lavori, niente di più: nessuna pruderie intellettualistica che tenta di liberare il “prigione” dalla sua presunta “cattiva nomea”. Grazie al cielo, qui il mercato non ha paura di mostrare se stesso per ciò che è. Speriamo che questa linea di sana concretezza resista all'inevitabile corte che i curatorini da passo ottobrino (a Roma meno numerosi che altrove) faranno a questo succulento appuntamento semi-ludico.  

La Fiera del MACRO al Mattatoio del Testaccio si avvale di una regia da perfezionare (soprattutto nell'organizzazione di aspetti marginali, come le serate gastronomiche fra l'altro troppo care, il coordinamento fra i diversi punti focali del “grand tour” romano e il servizio di informazioni al pubblico), ma l'aria che si respira è quella delle grandi occasioni, benché in un appuntamento giunto solo alla terza edizione. 

Resta da vedere se la manifestazione abbia avuto il successo che doveva meritare, stante il fatto che - e questo è realtà - il mercato italiano dell'arte moderna e contemporanea gravita perlopiù nel Nord della Penisola e ancora fa perno su Milano. 

Ho notato molti bollini rossi e sentito pareri cautamente soddisfatti, il che, sfrondato il campo dalla consueta resistenza del settore a divulgare la verità o dall'altrettanto consueta e antitetica tendenza a gonfiare i successi (mentre c'è sempre spazio per una lamentela su: organizzazione, costi eccessivi, servizi inadeguati, ecc.), indica una buona riuscita senza pretesa di aver operato il sorpasso nei confronti delle piazze settentrionali. Ma c'è da fare e il contesto è indovinato, le facce diverse rispetto al Nord. Il collezionismo pare perfino meno becero e più grato. Il flusso del pubblico costante e generoso: alla fine dell'edizione si conteranno circa 35.000 presenze. 

E' piacevole, infatti, aggirarsi fra gli spazi affascinanti del MACRO o, ancor più, della fresca di restauro Pelanda dove le terrifiche vasche raccogli frattaglie, i ganci e le pulegge a soffitto e i banconi in assi di legno intervallati ai vuoti per far scolare sangue e interiora sembrano arcaiche installazioni di un'arte che fu e che accompagna ora il visitatore introducendolo alla sua contemporaneità. Prima c'eravamo noi, adesso tu e le tue insulsaggini... che famo?  

E all'aperto, nei recinti che intrappolavano i vitelli e i manzi prima delle mattanze, ora ci sono gioiosi convitti, baretti estivi, giochi di artisti.

Solo Roma riesce a essere perfidamente sarcastica con il salto a piè pari della metafora del memento mori. Altro che Damien Hirst. Qui sono adusi da millenni alla carne smembrata e all'odore del sangue fra sontuose rovine imperiali e tegole rotte. 

L'itinerario parte dal primo settore degli spazi del MACRO, la cui struttura regolare sembra fatta apposta per ospitare una tale manifestazione a stands ordinati e composti.

Traccerò un ideale percorso estetico cogliendo in carole da fiore in fiore ciò che secondo me ha rappresentato il meglio di questa edizione della Fiera romana. Teniamo presente - come dissi - l'alto livello estetico (parola che oggi ritorna a trovare un senso, forse) della linea guida di tutte le proposte, nessuna esclusa. 

La prima immagine è rivolta a un'insolitamente appagante Lara Favaretto e al suo “Not titled Yet” un cubo di un metro per dimensione costituito da miriadi di rossi coriandoli pressati, i quali - come è ovvio che sia - sciorinano lentamente ma inesorabilmente verso terra riducendo nel tempo l'altezza dell'effimera scultura. Mi piace, malgrado le mie resistenze nei confronti dell'artista, e mi congratulo con la galleria Franco Noero di Torino che ha avuto il cuore di mostrare una componente davvero poetica di una delle nostre più ostiche e concettuali esponenti del contemporaneo. 

Poco più in là, pende dal soffitto dello stand di Valentina Moncada di Roma una bella scultura di Dmitry Gutov che rinnova con sapienza il genere innestandovi il sottile tratto grafico che consideriamo oggi distintivo per l'arte russa del primo decennio del XXI secolo.

La milanese Ca' Di Fra presenta senza esitazioni una minimostra di fotografia con alcuni dei nomi più eclatanti del settore, fra i quali emerge l'immaginifico Joel-Peter Witkin e il suo mondo pronto a turbare le coscienze dei benpensanti. 

Poco oltre è una delle migliori gallerie qui accolte, la newyorkese Stephan Stoyanov Gallery, che presenta un video arioso dell'artista Cliff Evans (scelto per il Premio Giovani Collezionisti 2010), una trina rossa leggera e surrealistica che lieve definisce la forma dello spazio che l'avvolge di Susanna Starr e, soprattutto, una delle mie due top-choices: l'artista concettuale (pittrice e scultrice!) Ellen Harvey, la cui straordinaria figura d'intellettuale dal talento deciso e inconfondibile ha conquistato il Whitney Museum e molti collezionisti statunitensi soprattutto a partire dal suo The Beautyfication Project in New York ovvero il tentativo, attraverso interventi site-specific, di regalare ai territori più sfavoriti della Grande Mela un percorso estetico che riscatti i residenti e elevi la quotidianità. A Roma è con una delle sue piccole tavole (ancora a ottimo prezzo!): una casa in fiamme con i toni del paesaggismo settecentesco europeo e le vibrazioni profonde di un Magnasco. Decido che mi occuperò di lei più specificamente perché merita assai più di un fuggevole cenno. 

Singolare è la Fu Xin Gallery di Shangai e New York che presenta le tele richteriane della “Beijing Series” di Todd Williamson dai colori spiazzanti e di difficile comprensione, il che pare eccentrico rispetto alla play-list di una galleria che annovera tutti i più glamorosi nomi della Chinese Wave della fine del secolo scorso (e che, grazie a dio, intelligentemente a Roma ci risparmia!). 

L'ottima Continua di San Gimignano ha portato al Testaccio due vere meraviglie di Loris Cecchini, “Rainbows” e “Arbitrary Rules” che dimostrano - se mai ce ne fosse bisogno, ma è un bel ripetere - come il nostro milanese sia padrone di linguaggi, materiali e soprattutto poetiche importanti. Nel medesimo stand si può ammirare anche la prova di Pascale Marthine Tayou e il suo “Chalks and Pins” che ipnotizza il pubblico con la sua ridda di colori e il suo consueto messaggio di appropriazione di linguaggi culturali e antropologici e personalissima rielaborazione in termini artistici contemporanei. 

Al secondo padiglione del MACRO/fiera evidenzio la bella parete di opere inconfondibilmente “nordiche”, che piaceranno assai agli amanti del genere, di Stefan Kübler presso la DAC - De Simoni Arte Contemporanea di Genova. Presso la sua concittadina Guidi & Schoen Arte Contemporanea campeggiano (alcuni già venduti) dei magnifici light-box di Guido Costa dal suggestivo titolo “Garden”. 

Dalla “regina” Lia Rumma di Milano e Napoli ci si aspetta il massimo e non si viene delusi: lo stand è dedicato alla parete occupata da uno strepitoso grande arazzo di William Kentridge che sembra affermare la necessità del costante dialogo fra privato e pubblico a favore dello sviluppo dell'arte contemporanea in Italia: un suo gemello (meno interessante, però) è in permanenza al MAXXI e Lia propone un vero piatto forte al collezionismo più attento. 

Da Toselli di Milano, in sintonia con l'affermazione di principio appena sopra riservata alla collega Rumma, una bella scelta dell'Immortale Gino De Dominicis prepara i palati per la mostra d'omaggio al grande artista allestita per l'inaugurazione del MAXXI. 

Alla Pelanda m'imbatto subito nell'interessante associazione che promuove artisti in residenza Religare Arts Initiative di Nuova Dehli e uno dei suoi promotori, l'artista (ottime le carte presentate in fiera) Avishek Sen. Da un gruppo di coordinatori di base a Dehli, si diffonde la cultura dell'ospitalità degli artisti per portare a compimento progetti culturali per musei e fondazioni di arte contemporanea in India e nel mondo. Le opere sono davvero buone e il progetto potrebbe costituire un'ottima occasione per conoscere non solo attraverso il mercato d'importazione l'arte indiana contemporanea - un settore che vale la pena avvicinare in fretta se non si vuole essere travolti dall'acriticità della moda che tutto tritura e tutto con sé travolge. 

Da Alfonso Artiaco di Napoli è notevole la prova della scultrice Ann Veronica Janssens che presenta parte delle opere già presentate un mese fa in galleria con qualche stimolante novità. Ma la migliore fra le installazioni proposte in fiera è quella che si può ammirare nel corner di Oredaria di Roma, la visionaria e tecnologicissima “Palle” di Maurizio Mochetti che cattura per la leggerezza del tratto e per l'impalpabile “salubrità” dell'aria che la circonda. 

Da Sperone Westwater di New York si ammira l'arte di un passato più recente (unica galleria, insieme a Mazzoleni a non presentare il contemporaneo più spinto) con solidi capisaldi del secondo Novecento: in effetti come resistere a un fantastico e grande “Fregio” di Alighiero Boetti, che ben figurerebbe per qualità e intensità in qualsiasi importante raccolta pubblica? 

Da Weber & Weber di Torino l'attenzione è tutta per l'incredibile galleria di orrori neo-gotici di Roberto Kusterle, fotografo goriziano d'arte e di rappresentazione delle più profonde lacerazioni dell'animo umano: nell'apparentemente linda teoria di complessi scatti, fra tutti emerge l'emblematico “Il Volo della Rinuncia”. Quasi un manifesto. 

Mentre da Gagliardi Art System di Torino troverò la seconda top-choice annunciata all'inizio del percorso, l'artista (da cercare perché per necessità nascosto dietro una quinta buia e Pietro Gagliardi ha una deliziosa ritrosia all'intercettazione del possibile cliente) Richi Ferrero. L'uomo nasce come scenografo delle luci per manifestazioni, monumenti e luoghi pubblici, un rappresentante a pieno titolo di quell'arte urbana che con Luci d'Artista farà scuola da Torino in tutta Italia. Deciso a cimentarsi con opere più “domestiche”, ma ispirato dal suo particolare background professionale, predispone per il pubblico degli oggetti imballati da spedire in carta bolle con tanto d'indirizzo e timbri di mittente e (quando sarà) destinatario. In realtà, quegli anonimi e usuali pacchi, se si accende un pulsante nascosto e se posti al buio, rivelano straordinarie ragnatele di luce che misurano lo spazio con decisione. Alla luce naturale, tornano ottuse suppellettili. Non è un facile giochino concettuale, un divertissement da saputelli, è consegnare attraverso la propria consumata maestria un'idea pregnante del significato dell'opera d'arte in contesto privato. Vale la pena di aggettivare scialando un luogo comune: “illuminante”. 

Un'ultima segnalazione riservo volentieri a Edoardo Schapira e il bellissimo testo sdrucciolevole di “Silenzi” in vendita da Fabbrica Eos di Milano, un filo sottile che mi congiunge con le meraviglie viste in questo straordinario fine-settimana dell'arte contemporanea nella Capitale. 

Commenti

Worden Robert
12/01/2011 22.13
I am searching for a painting of "The Ascension of Christ" [Ascensione di Christ] possibly done by Pietro Gagliardi or Giavanni Gagliardi. Are you aware of the existence of such a painting?

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