Una pianta muta aprirà una porta. Aristotele diceva che si può obbiettare e controbattere agli argomenti del nostro interlocutore finché egli conceda di dire qualcosa, ma se si dovesse comportare come una taciturna pianta, la nostra possibilità di ragionare sui suoi argomenti verrà meno. Una pianta e l’arte contemporanea. Cosa avranno mai in comune l’arte concettuale e una pianta che, strappata alla terra, mostra le sue radici, una pianta silenziosa. Sospeso a mezza altezza vedrete un corpo verde, che si protende verso l’alto, e, verso il basso, sotto la parte verde, le grigie radici, che si allungano verso il pavimento. Una pianta che, priva della parola, lontana dal suo ambiente, continua a cercare la terra, come in un grido mozzato, ma allo stesso tempo incredibilmente continuo. Che sia un richiamo? Che sia divenuta di colpo dotata del dono della parola, proprio perché strappata alla terra? Forse che sia uno segno della ricerca di senso? La radice troverà il suo naturale contatto con la terra? Per quanto tempo dovrà continuare a cercare senza successo?
Ci sono piante che vivono tutta la vita per generare un fiore o un frutto, e poi muoiono, avendo generato altra vita. Forse questa pianta, che sembra essere il nostro alter ego, si sforzerà per giorni e giorni, anni e anni e solo per un attimo toccherà terra raggiungendo il suo scopo. Sarà nuovamente una pianta con delle solide radici. La pianta si allunga, noi ci allunghiamo nella nostra vita cercando punti di ancoraggio, di salda percorrenza del nostro cammino, per giungere, forse anche per un solo istante, l’istante più importante, a “posizionare nella giusta collocazione la propria interpretazione del mondo”, come scrive l’artista, nei suoi appunti di viaggio,.
Nelle tracce di matita e nelle fotografie troviamo la testimonianza del contatto tra la natura e i manufatti dell’uomo, tra la causa e l’effetto di un rimbalzo, dell’assenza dell’uomo che lascia incontaminata e non imbrigliata la natura e il suo tempo, che può scorrere, né lento né veloce, ma costante. C’è amore in queste opere, un amore velato, nascosto, da scoprire foglio dopo foglio, tratto dopo tratto. Nulla viene bene se non assaporato nel suo ambiente e nei suo sapori. Nulla, sembra dirci l’autore, è più fragile di una spiga nei campi o in quell’Aloe vera, soggetto dell’installazione, che diviene presenza di un “ultimo barlume di speranza per una comprensione <<autentica>> - che introduce sommessamente la questione ontologica della <<cura>>”. La cura dell’anima, il prendersi cura della parte più intima e nascosta dell’essere pienamente uomo: fragile e razionale, corporeo e astratto.