“Amo dipingere su grandi tele. Mi sento meglio, più a mio agio in un grande spazio. Con la tela sul suolo mi sento più vicino all’opera, come se ne facessi parte dall’inizio”: con queste parole Jackson Pollock riassumeva la sua tecnica. Un gesto pittorico che con lui non si esaurisce nella mano o nella pennellata, ma nell’integrità del corpo. Il posto cruciale che l’artista americano gioca nella seconda metà del XX secolo, grazie al suo modo di bilanciare l’opera nella sua totalità e la sua forma, traccia e testimonianza di un’azione che va oltre il semplice campo della pittura, è sottolineato nella mostra “Abstractions gestuelles après
1945”, in corso sino al 22 settembre al Centro Pompidou di Parigi. Un’esposizione che si apre con una tela di Pollock, “Number 26°, Black and White” del 1948 e si conclude con un filmato a lui dedicato che lo vede all’opera, ripreso dal basso, sotto una superficie di vetro sulla quale versa colori e sparge oggetti. Oltre al padre dell’Action painting americano, la mostra espone opere di altri artisti astratti del calibro di Simon Hantai, Georges Mathieu, Jean Paul Riopelle, Willem De Kooning e Jean Degottex. Di quest’utimo, l’opera Ecriture 10.2.63, olio su tela dipinta nel 1963, data inclusa nel titolo quale metodo, utilizzato dall’artista, per definire lo spazio del quadro che contiene l’impronta dell’energia dell’atto stesso del dipingere. Sotto denominazioni diverse – Espressionismo astratto ed Action Painting negli Usa, Astrazione lirica o Informale a Parigi – le astrazioni gestuali conquistarono la scena artistica del dopoguerra, in Europa come in America, in un‘era dove la meccanica quantistica e la psicanalisi stavano cominiciando a fiorire e a cambiare l’intera comprensione del mondo e la coscienza di sé della civiltà occidentale. Se la precedente arte di Kandinsky e Mondrian aveva cercato di distogliersi dal ritrarre oggetti per pizzicare e stuzzicare le emozioni dello spettatore, l 'Action Art si appropriò di questo tentativo e lo sviluppò, usando le idee di
Freud sul
subconscio come fondamento principale. I dipinti degli Action Artists venivano così creati per toccare gli osservatori nel profondo del loro subconscio. Questo venne realizzato dall'Artista dipingendo “inconsciamente”. Un’attività spontanea che era appunto l'azione del pittore. Il pittore avrebbe lasciato sgocciolare il colore sulle tele, spesso semplicemente danzandoci intorno, o anche stare in piedi sulle tele, e lasciando semplicemente cadere il colore dove il subconscio mentale vuole, quindi lasciando che la parte inconscia della psiche si esprima. Nei dipinti di Jackson Pollok possiamo spesso trovare mozziconi di sigarette. Quando creava i suoi dipinti, permetteva a sé stesso di cadere in uno stato di trance nel quale nessun atto conscio doveva manifestarsi. Se aveva l'impulso istintivo di gettare la sigaretta in terra, lo faceva, sia che davanti ai suoi piedi ci fosse un marciapiede, sia anche una tela. Cosa poi si arriva a vedere è come osservare qualcuno che spenge la propria sigaretta finita. Un'azione spontanea completamente eseguita senza pensarci. Tutto ciò, comunque, non è qualcosa che si può spiegare o interpretare, poiché è solo una manifestazione inconscia. Che non a tutti, ai tempi, piacque. Come al Reynolds News che, in un titolo del 1959, scrisse riferendosi a un'opera di Pollock: "Questa non è arte, è uno scherzo di cattivo gusto." Ma al di là dei singoli giudizi su Pollock, la cui arte in realtà è soltanto un lato dell’Action Painting (come spiegano molto bene alcuni saggi critici di Harold Rosenberg scritti negli anni Cinquanta) questa esposizione permette al grande pubblico di iniziare l’incontro con una scuola fondamentale di pittura del Novecento. Nata e cresciuta prevalentemente negli Usa e dunque ancora poco divulgata in Europa.