diretto da Paolo Manazza
martedì 6 gennaio 2009
LE SINERGIE VINCENTI DEL BRAND GUGGENHEIM
Intervista a Philip Rylands. I segreti del successo di una collezione che quest’anno compie 60 anni
Philip Rylands è l’uomo che più di ogni altro ha segnato con la sua direzione della Collezione Guggenheim il corso espositivo del moderno e del contemporaneo a Venezia. Nato a Londra nel 1950, si è laureato in Storia e Storia dell'Arte al King's College di Cambridge e nel 1981 ha conseguito il Ph.D presso l'Università di Cambridge con una tesi dedicata al pittore rinascimentale veneto Palma il Vecchio. Dal 1974 al 1984 ha lavorato per il "Venice in Peril Fund", un comitato privato dedito alla salvaguardia dell'arte e architettura veneziana a quel tempo impegnato nei lavori di restauro della Porta della Carta, di San Nicolò dei Mendicoli, della Basilica di Torcello e dell'Oratorio dei Crociferi. Ha pubblicato numerosi libri quali "Restoring Venice: The Church of the Madonna dell'Orto" (1976), "Palma il Vecchio" (1988 -ediz. ingl. 1992), "Flying the Flag for Art: The United States and the Venice Biennale 1895-1991" (1993). Dal 1979 è Deputy Director della Collezione Peggy Guggenheim (Fondazione Salomon R. Guggenheim). Scrive articoli per giornali e riviste e saggi per i cataloghi delle mostre della Peggy Guggenheim Collection.
Il primo ottobre sarà a Milano come relatore al Convegno Aiaf sulla Gestione dell’arte nelle banche alla Sagrestia del Bramante in Santa Maria Delle Grazie. Quali sono i fattori di forza del brand Guggenheim?
Le sedi internazionali, la vivacità della programmazione e dell’offerta culturale, il connubio con la grande architettura come a New York, dove la sede della Fifth Avenue progettata dal grande architetto Frank Lloyd Wright è stata appena restaurata. A Venezia, in particolare, i punti di forza sono la presenza della nostra sede sul Canal Grande, la forte personalità e l’estro della fondatrice della collezione Peggy Guggenheim, l’alta qualità della collezione permanente e la vivacità nella programmazione di eventi ed esposizioni. E’ il successo delle singole attività il punto di partenza della nostra strategia di marketing: il successo, come in un circolo virtuoso, nasce dall’aver fatto bene prima e nel far bene dopo. Ciò rende forte un marchio che garantisce credibilità e facilita le relazioni di scambio.
La Collezione Peggy Guggenheim compie quest’anni 60 anni. Come si è sostenuta fino ad oggi?
La Collezione punta molto sulle proprie forze, L’autofinanziamento genera il 70% delle nostre risorse, il resto deriva dalle attività di fund rising. L’unica sovvenzione pubblica l’abbiamo con la Regione Veneto che partecipa in misura minore soprattutto per le iniziative didattiche offerte alle scuole della regione. Nel 2008, nell’ambito dei progetti sostenuti dall’ente pubblico, la Fondazione ha ricevuto 70 mila euro per la mostra su Carlo Cardazzo, figura della cultura veneta, in programma a novembre, a fronte di un costo totale per la mostra di 350 mila euro.
In un suo saggio pubblicato nel 1998 parla della sponsorizzazione artistica da parte del mondo economico. Come si è mosso il Guggenheim in questo senso?
Un passo importante è stato fatto con la creazione di “Intrapresae Collezione Guggenheim”, una partnership strategica tra un museo, la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia e 20 aziende che sostengono il museo e considerano la sponsorizzazione culturale come una modalità moderna ed efficace di comunicazione aziendale, che va oltre la pratica della sponsorizzazione legata a un singolo evento o a una singola esposizione a favore piuttosto di una comunicazione culturale continuativa. Far parte di “Intrapresae Collezione Guggenheim” vuol dire beneficiare di una serie di agevolazioni tangibili, oltre ai benefit principali, legate alla comunicazione e al conseguente miglioramento qualitativo dell’immagine e della comunicazione aziendale, nonché alla possibilità di confronto continuo con gli altri soci di Intrapresae, un gruppo di persone che si conoscono e si stimano ma che non sono in diretta concorrenza tra loro. Abbiamo ad esempio Ferragamo e non Gucci, Swatch e non Breil. In questa prospettiva s'inserisce la proposta di mettere a disposizione delle aziende gli spazi museali, l'internazionalità, l'attività culturale, le competenze organizzative e lo stile della Collezione in una logica di scambio attivo e proficuo per entrambe le parti. L'identità, la missione e i valori dell'impresa vanno così ad associarsi ai valori dell’arte, della cultura, e del perpetuarsi della stessa grazie a una forma proficua e sentita di mecenatismo contemporaneo.
Ha partecipato con un suo intervento alla stesura del Quaderno Aiaf (Associazione italiana analisti finanziari) sulla gestione dell’arte nelle banche. Che rapporti ha il PCG con gli istituti di Credito?
Le banche sono interlocutori interessanti per i musei perché hanno le risorse finanziarie e le opere. In cambio l’ente offre la propria conoscenza del settore, la professionalità e l’operatività slegata da ogni interesse commerciale. D’altra parte, una collezione, per una banca, gioca un ruolo di capital asset ed investimento, strumento di comunicazione per una corporate image più soft, prestigio e strumento di differenziazione del marchio, capitale intellettuale e strumento di formazione per il personale. Con la Banca del Gottardo, oggi BSI (Banca della Svizzera Italiana) realizziamo mostre tramite prestiti ed esposizioni nella Galleria Gottardo a Lugano. Grazie all’accordo di sponsoring la banca svizzera ha acquisito una serie di benefit. A Berlino, inoltre, la joint venture tra Deutsche Bank e la fondazione Solomon R. Guggenheim hanno dato vita nel 1997 al Deutsche Guggenheim di Berlino e prevede l’organizzazione di mostre in una Kunsthalle dell’istituto e la periodica commissione di una o più opere ad artisti viventi. La proprietà dell’opera è poi condivisa dai due partner.
Per le nuove acquisizioni ci sono in programma artisti italiani?
Abbiamo un lungo elenco con artisti italiani ai primi posti. Stiamo portando avanti una vera e propria politica per rafforzare la Collezione d’arte del dopoguerra. Oltre agli espressionisti astratti, particolarmente amati da Peggy Guggenheim, stiamo acquisendo opere di Agostino Bonalumi, artista presente in questi giorni anche ad “Italics” di Palazzo Grassi, di Gastone Novelli e di Lucio Fontana, solo per fare alcuni nomi.
Sostenete anche gli artisti emergenti?
E’ importante sostenere l’arte giovane anche se a Venezia lo facciamo meno in quanto se ne occupa il Guggenheim di New York che ha acquistato, ad esempio, opere di Francesco Vezzoli e Maurizio Cattelan, che proprio emergenti non sono. Il contemporaneo richiede spazi ampi e situazioni logistiche particolari. In qualsiasi nuova acquisizione, inoltre, siamo molto condizionati dalla collezione permanente. Le nuove opere devono inserirsi bene tra le altre. Una volta acquistata da noi, l’opera non sarà più rivenduta e ciò comporta, ovviamente, che la scelta ricada su artisti storicizzati e premiati dal mercato.
Cosa pensa dello stato attuale del mercato dell’arte?
Credo che ultimamente il mercato si sia surriscaldato. Se di solito ha fasi cicliche, ultimamente sembra che la sua curva sia troppo in salita e che non dia segni di cedimento. Prima o poi dovrà sgonfiarsi perché, al di là delle diverse strategie di mercato che vedono in campo gallerie, artisti e case d’asta, ciò che conta alla fine è la qualità. Non voglio con ciò, ovviamente, sminuire l’operato delle gallerie che sostengono l’arte perché svolgono una funzione fondamentale. Nel caso italiano, in particolare, credo ci sia una grande disponibilità di risorse ed ottime gallerie che stimo come la Galleria Cortina e lo Studio Marconi.
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