diretto da Paolo Manazza
mercoledì 7 gennaio 2009
L’arte contemporanea cinese sta vivendo, dal punto di vista del mercato globale, un periodo di “rinascita”. Tra i 20 artisti più venduti al mondo, 11 sono cinesi. Nomi poco familiari come Zhang Xiaogang, Yue Minjun e Zheng Fanzhi appaiono oramai fianco di quelli più famosi del pianeta. Che l’arte sia oramai vista come un potere forte all’interno della cultura cinese – purché non sia palesemente dissidente - lo dimostra l’ultimo progetto museale di Pechino.
Il Ministero della Cultura del paese ha infatti annunciato ufficialmente che a partire dalla prima metà del 2009 inizieranno i lavori per la costruzione del museo d’arte contemporanea più grande del mondo, con i suoi 66mila metri quadrati di spazi espositivi, presso il Beijing Yihaodi International Artbase. Un’impresa olimpionica, anche nei tempi previsti. Tutto sarà pronto – riporta il comunicato ufficiale - entro il 2010. La struttura - promossa dal Center of International Cultural Exchange - potrà accogliere opere di dimensioni monumentali, dalle grandi installazioni scultoree ad elaborati progetti performativi, che attualmente non riescono a trovare spazi adeguati nei musei esistenti.
Responsabile del museo sarà l'architetto quarantaseienne cinese Zhu Pei, autore fra l'altro del Digital Beijing building per le Olimpiadi 2008 e del Guggenheim Art Pavilion di Abu Dhabi (http://www.studiopeizhu.com).
Il centro potrà ospitare mostre di artisti cinesi ed internazionali ed “assomiglierà ad un’opera incompiuta più che ad un monumento architettonico” ha dichiarato Pei che, laureato presso la prestigiosa Tsinghua University di Pechino, ha già vinto diversi premi.
“Gli artisti potranno così trasformarlo ogni volta in ciò che gradiscono attraverso le loro installazioni e le loro sculture e i carrelli trasportatori con le opere potranno raggiungere ogni sala dell’edificio”. Un’opera multifunzionale e mastodontica ma che risponde alle esigenze pratiche dell’artista.
Guardando a simili azioni politiche, sembra di essere lontani dal clima di intimidazione del 1982 quando il governo, in seguito ad una campagna contro l’inquinamento religioso, diffamò l’arte contemporanea come “borghese”, chiuse parecchie esposizioni e occupò la redazione di Art Monthly con membri allineati. Si diffuse allora il Movimento ’85 che, richiamandosi al Dadaismo, alla Pop art americana e all’Action painting, riuscì ad organizzare alcune importanti esposizioni e contribuì da ultimo anche alle proteste di Piazza Tienanmen nel giugno 1989. Dopo quella sanguinosa repressione, però, l'arte cinese tornò a soccombere. Alcuni artisti nel periodo seguente emigrarono, altri continuarono a lavorare in clandestinità. In questo periodo nacque anche il Political pop che unisce elementi del realismo socialista con la pop art americana, per fustigare l'accettazione di strutture capitalistiche sulla base di un sistema statale ancora autoritario. Rappresentanti di questa tendenza sono ad esempio i "Nuovi gruppi della storia" e il "Gruppo degli elefanti dalla coda lunga". Ma anche il lavoro di questa corrente artistica fu ampiamente ostacolato dalle autorità. Molti artisti furono costretti a trasferirsi all’estero. Molti iniziarono a conoscere il successo e la fama.
Nel 2000 diversi artisti cinesi sono stati invitati alla mostra "documenta" di Kassel in Germania grazie all'attività impegnata fuori della Repubblica Popolare di attivi curatori di musei come Hou Hanru. Ma non sono mancati, all'interno del paese, curatori come Gau Minglu che hanno diffuso l'idea dell'arte come potere forte all'interno della cultura cinese.
C’è però ancora una protagonista occulta, che si chiama censura, che fa chiudere mostre in grandi città il giorno stesso dell’inaugurazione. Spesso senza l’intervento dell’autorità per quel fenomeno di “autocensura” diffuso tra i cinesi stessi. L’ultima generazione di artisti cerca di superare tutto questo con coraggio. Rischiando spesso l’esilio o la prigione. La libertà in Cina è un’opera incompiuta. Come il museo di Zhu Pei.
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