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Burri a Milano

 
 
ALBERTO BURRI ALLA TRIENNALE
  


(Alberto Burri, Foto Aurelio Amendola)

11 novembre 2008 – 8 febbraio 2009, Milano 

 
Alberto Burri finalmente è tornato a Milano con una grande retrospettiva inaugurata proprio ieri alla Triennale. Il capoluogo lombardo non gli dedicava una mostra da molto tempo ormai, dopo quella del 1984 a Brera, di cui si può vedere il manifesto in mostra. L’artista era entrato in contrasto con l’amministrazione della città nel 1989 a causa della distruzione del suo Teatro Continuo, realizzato per il parco Sempione nel 1973, e che nessuno aveva compreso. Da allora non volle più saperne di esporre a Milano, purtroppo, fino alla sua morte avvenuta nel 1995.
Questo fatto può far pensare ad un triste prodromo sulla scarsa capacità di proporre mostre di arte contemporanea a Milano e, soprattutto, non può che riportarci in evidenza che mancano sia un museo di arte moderna sia uno di arte contemporanea, il che è piuttosto preoccupante per una città che deve prepararsi all’Expo.
Dico questo con profondo rammarico e non per spirito polemico perché, ad esempio, poter vedere la pittura aniconica di Burri è qualcosa di fondamentale nella formazione artistica e di vita, soprattutto, dei giovani. A dire il vero un assaggio di Burri a Milano lo avevamo avuto durante la mostra Il Rosso e il Nero, realizzata presso la galleria Lodi lo scorso settembre, con l’opera Catrame III del 1949, che riprendeva i colori stendhaliani del titolo.
Ricordo che per quanto mi riguarda ebbi modo nel 1996 di vedere i suoi mitici sacchi e le combustioni in una mostra al Centro Pecci di Prato intitolata Burri e Fontana 1949-1968. Dopo quella mostra cominciai a pensare che l’arte fosse qualcosa di più che un semplice piacere estetico e che potesse diventare un modo per cercare di capire molte cose oscure di me stessa e degli altri.
So che le motivazioni simboliche delle opere di Burri sono molto controverse, pertanto non mi soffermerò su questo punto, anche perché ognuno è libero di vedere ciò che vuole nelle sue tele.
Di sicuro la sua biografia può aiutarci a capire in parte la sua sofferenza. Nel 1943 Burri si trova in Tunisia come  ufficiale medico quando viene fatto prigioniero dagli alleati. Nel campo di Hereford in Texas comincia a dipingere, proprio a causa di un percorso tormentato a livello personale, e, dopo la guerra, abbandona definitivamente la medicina per dedicarsi all’arte.
Come scrive Brandi “Il fatto nuovo in Burri, è che la materia, il sacco come materia o il legno o la carta combusta deve rimanere materia”, anche se poi assurge ad archetipo e si può arrivare a vedere ben altro oltre alla materia stessa, fino a coglierne la forte espressione di nichilismo e di esistenzialismo.
Un altro aspetto molto interessante è la ricerca continua di Alberto Burri nello sperimentare nuovi materiali e nuove tecniche. Nel 1948 realizzò varie serie di opere come i Neri, i Catrami, le Muffe e i Ferri, in cui, appunto, prevale il ruolo della materia, ma la cosa sconvolgente prodotta da Burri è “l’invenzione di un nuovo codice”, come scrive sempre Brandi “ per questi e non altro dava fastidio e non si voleva riconoscere”.
Per la prima volta in mostra si può vedere Sabbia e Bianco del 1952; inoltre si può ammirare anche Gobbo Bianco del 1953, definito dallo stesso Burri “la mia prima scultura”, in cui anticipò i supporti modificati degli anni sessanta, inserendo sul retro della tela un ramo d’albero, per rendere il rilievo della gibbosità.
Degli stessi anni, precisamente del 1954, è il Sacco St 11, dove la materia povera, la tela grezza di juta, con le sue cuciture e lacerazioni, secondo Burri, rende al meglio “l’aderenza fra tono, materia e idea”. In questa opera è anche importante rilevare la presenza dell’oro, materiale che diverrà una costante nelle serie che vanno dal 1992 al 1994: Nero e Oro del 1992 e del 1993 , Cretti Nero e Oro del 1994.
L’aspetto però più affascinante dell’opera di Burri restano le sue Combustioni. Sul finire degli anni cinquanta realizzò opere come Combustione Sacco del 1955, Combustione Plastica del 1958 e Combustione Legno del 1960.
Dal 1961 la plastica divenne il suo materiale preferito. Lo si può vedere nel filmato delle Teche Rai proiettato in mostra mentre, dopo aver teso gli strati sottili di polivinilcloruro o di polietilene, inizia a bruciare la plastica e, attorno alla zona combusta, si cominciano a creare rigonfiamenti, pieghe e cambi di colore. Uno di questi suoi capolavori, ottenuto con la combustione, è Rosso Plastica del 1962.
Negli anni settanta arrivano i Cretti, nei quali l’uso abbondante di Vinavil offre un intenso e quasi prepotente effetto materico, con contrazioni del colore e fessurazioni che rimandavano ad una pittura antica. Ed è questa la cosa sconcertante: Alberto Burri non è mai uscito dalla pittura.
In mostra è possibile vedere da vicino la consistenza dei suoi Cretti, opere monocrome, le cui screpolature non sono fatte a caso, ma sono il risultato di una grande cura formale.
Di questa sua tecnica resta una testimonianza molto particolare nelle foto esposte che ritraggono il Grande Cretto di Gibellina, costruito da Burri negli anni dal 1984 al 1989 sulle macerie del terremoto che aveva distrutto la valle del Belice, un’opera che si può inserire nel filone della Land Art.
Durante gli anni ottanta la sua ricerca lo spinse a dipingere in modo sperimentale i Cellotex, un supporto di colla e polvere di segatura. In mostra è possibile ammirare il Grande Cellotex del 1975 di cui Giulio Carlo Argan scrisse “Capolavoro che riassume e risolve nel concettuale tutta l’esperienza dell’informale”. Ce ne sono esposte anche altre versioni come il Cellotex L.A. del 1979, il Grande Cellotex del 1980, il Cellotex del 1981.
Una curiosità che si può leggere durante il percorso della mostra: alla Biennale di Venezia Burri si lamentò perché i suoi Cellotex neri erano stati appesi a delle pareti bianche e illuminati direttamente dalla luce, il che non gli era affatto piaciuto. Alla Triennale hanno seguito le sue indicazioni e li hanno appesi a pareti nere e con luci soffuse: il risultato è veramente molto caldo e gradevole e Burri lo avrebbe sicuramente gradito.
E poi ancora si può ammirare la serie Architetture con Cactus: la numero 9 del 1991 nei colori del nero e sabbia, mentre la numero10, dello stesso anno, ci sorprende con un’insolita esplosione di colore.
Infine si possono vedere le opere grafiche, come le mixografie e le serigrafie, e le scenografie teatrali realizzate da Burri. Il Sipario e i progetti delle scene e dei costumi per il Tristano e Isotta, rappresentato al Regio di Torino nel 1976. Mentre per lo spettacolo Spirituals del 1963 al Teatro alla Scala creò l’opera omonima, in legno, combustione acrilico e vinavil su carta. Invece per il Teatro dell’Opera di Roma realizzò November Steps del 1972, in acrovinilico su cellotex.
Solo ora mi ricordo di una frase detta proprio da Burri “I miei quadri non si possono descrivere a parole”, aveva ragione il maestro, bisogna vederli e solo così si può capire un grande dell’arte del secolo scorso.
 
 
Monica Costa
 


Combustione Sacco [1955], cm. 131x115


Cretto G2, [1975] - Fondazione Palazzo Albizzini Collezione



Rosso Plastica, 1962, cm. 80x100



Teatro Continuo, Milano, 1973


________________________
Informazioni utili:
Alberto Burri
11 novembre 2008 – 8 febbraio 2009
Triennale di Milano
A cura di Maurizio Calvesi e Chiara Sarteanesi
Catalogo Skira
Orario 10.30-20.30, chiuso il lunedì
Ingresso: 8/6/5 euro

Commenti

Patroclo 
21/11/2008 13.25
Cara signora Costa, malgrado la passione che traspira attraverso le parole che usa descrivendo e ricordando alcune opere del Maestro, trovo apprezzabile il taglio cronistico del suo pezzo pubblicato.
Ci accomuna probabilmente,oltre la conoscenza non accademica del lavoro del maestro, l'aspetto emotivo che (alla fine dei conti) la fà da padrone.....sono convinto che Alberto Burri avrebbe gradito.
Lorenzo Di Cecco
13/12/2008 15.34
Le parole non occorrono.....
Senza alcun dubbio il più Grande Autore del Novecento

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